BASKET A2 - Un’altra caduta, ancora in trasferta, ancora pesante. La sconfitta di Mestre rischia di lasciare strascichi profondi dentro e fuori lo spogliatoio della Estra, perché il dato che accompagna questo momento è impietoso: 12 sconfitte nelle ultime 13 partite. Numeri che non consentono più letture indulgenti e che aprono inevitabilmente una riflessione sul futuro di Stefano Sacripanti.
La posizione del tecnico appare oggi più fragile che mai. La squadra non ha mai trovato una vera continuità tecnica né un’identità emotiva riconoscibile. E quando le sconfitte si accumulano con questa frequenza diventa complicato difendere qualsiasi progetto, anche il più strutturato.
In caso di cambio in panchina, il nome che circola con maggiore insistenza è quello dell’americano Pete Strobl, già presente nell’organigramma tecnico. Il problema, tuttavia, sembra andare oltre la guida tecnica. La stagione era partita con l’obiettivo dichiarato di una salvezza tranquilla. In corsa, però, il messaggio è cambiato: si è parlato di futuro ambizioso, di prospettive diverse, di un progetto da rilanciare. Non è chiaro quando e come sia avvenuta questa virata, ma i risultati hanno raccontato altro. La squadra è scivolata in classifica fino al penultimo posto, con un rischio retrocessione sempre più concreto.
Diverse decisioni, sul mercato, nella costruzione del roster, nella gestione degli equilibri interni, non hanno prodotto i risultati sperati. In campo si è vista spesso una squadra scollegata: talento a sprazzi, ma poca chimica; rotazioni mai davvero stabilizzate; leadership tecnica intermittente. Nei momenti chiave, è mancata la capacità di compattarsi e reagire. Fuori dal campo, la sensazione è che il progetto non sia riuscito a creare quel clima di fiducia necessario per attraversare le difficoltà. E così anche l’ambiente si è progressivamente incrinato.
Rispetto alla scorsa stagione, il clima è ancora più teso. La piazza è divisa. Da una parte chi continua a credere nella gestione americana e in un percorso di medio periodo che richiede pazienza. Dall’altra chi invoca un ritorno a una governance più identitaria, “pistoiese”, anche a costo di scelte radicali e rischiose. È una frattura che va oltre il parquet: riguarda visione, appartenenza, prospettiva futura.
In una piazza passionale come Pistoia, quando i risultati non arrivano, le crepe diventano rapidamente voragini.





